Di Tristano Mussini, presidente CNA Reggio Emilia
Non è mai facile fare previsioni per il futuro; oggi è ancora più difficile guardare al 2010, anno che porta su di sé il peso della situazione che si è creata tra la fine del 2008 e tutto il 2009 e sconta l'assenza di segnali chiari di un miglioramento della situazione economica e sociale.
Anche i più recenti dati forniti dall'indagine Trender CNA Emilia Romagna e Unioncamere sulla situazione della crisi economica a Reggio Emilia fotografano le difficoltà di una provincia che perde numerose posizioni anche nelle tradizionali graduatorie del Sole 24 Ore e di Italia Oggi.
Secondo Trender il fatturato nelle imprese da 1 a 20 dipendenti è calato in un anno del 24%; fatto 100 il fatturato del 2005, siamo oggi a quota 81; le spese per consumi sono in calo del 19%; le retribuzioni sono invece in aumento, sia pur leggero.
Secondo Unioncamere, al terzo trimestre 2009, il Pil di Reggio è in calo del 7,3%, l'export del 26%, i depositi bancari dell'8%; il valore aggiunto pro capite è passato in un anno da 23363 a 21298 euro; il numero delle imprese è in calo dell'1%. Sono già noti i dati negativi sull'occupazione relativi al fondo di sostegno al reddito e alle casse integrazione.
Anche le attese degli imprenditori interrogati da CNA sono di segno negativo: quasi il 50% non prevede investimenti a breve; percentuale identica per chi prevede un ulteriore calo dell'occupazione; nessuno vede una inversione di tendenza e la ripresa viene rimandata al secondo semestre del 2010 o più probabilmente nel 2011.
Sono tutti dati che preoccupano già di per sé, in assoluto. Ma quello che ci deve far riflettere maggiormente è la loro valenza relativa, in confronto cioè alle altre province della nostra regione.
Sotto questo profilo tutti gli indicatori o quasi mettono Reggio in coda alle graduatorie regionali, alludendo così al fatto che, se da una parte condividiamo fattori comuni di crisi con le altre province, soprattutto quelle a più alta incidenza delle attività manifatturiere, dall'altra sembra emergere qualche problema specifico del nostro territorio, che rende la crisi più acuta e della quale però non abbiamo ancora consapevolezza.
Paradossalmente, il buon funzionamento degli ammortizzatori sociali nell'affrontare l'emergenza occupazione, e quello dei consorzi fidi nell'emergenza creditizia, sembrano avere l'effetto di farci sottovalutare la durata della crisi e di illuderci che tutto ricomincerà come prima. E' proprio questo che ci preoccupa, perché questa specificità e questa sottovalutazione potrebbero impedirci di agganciare la ripresa quando questa si manifesterà.
Finora la reazione alla crisi da parte delle istituzioni locali, affiancate dalle associazioni imprenditoriali e dai sindacati, è stata efficace: il sistema di welfare, gli ammortizzatori sociali ed i confidi si sono giovati del sostegno pubblico ed hanno fino ad oggi impedito che la crisi economica si traducesse in crisi sociale. Ma temiamo che questo non basti.
Oltre a predisporre strumenti e risorse per far fronte ad una emergenza di lungo periodo, bisogna infatti accelerare la progettazione del futuro dello sviluppo del nostro territorio, riattivando immediatamente i canali della concertazione.
Qui è richiesto alle Istituzioni, ma anche alle associazioni imprenditoriali e ai sindacati, un salto di qualità rispetto alla situazione degli ultimi 12 mesi. A questo proposito infatti a noi non sembra che ci sia la mobilitazione che noi riterremmo necessaria in una situazione come questa.
Purtroppo, per avere una concertazione efficace, sono indispensabili due elementi: una base di interessi comuni tra istituzioni ed associazioni all'interno della quale comporre in sintesi la diversità degli interessi rappresentati; una rete di relazioni tra i diversi soggetti che si nutre di fiducia reciproca, quella fiducia che consente la comprensione tra linguaggi e finalità diversificate, quella stessa fiducia implicita che è alla base del funzionamento dei distretti industriali e delle economie territoriali come la nostra.
Il problema è che mentre il primo requisito sembra ancora essere presente, il secondo è stato incrinato dalle vicende di questo travagliato anno. Si tratta allora di ripristinare integralmente il "capitale di fiducia" che è andato parzialmente disperso e di rimetterlo così a disposizione dell'interesse comune del territorio: questo crediamo sia il primo auspicio per il 2010, oltre che il primo passo sulla strada di un nuovo sviluppo e di una nuova coesione sociale che sappia far recuperare a Reggio Emilia i livelli qualitativi che merita.
